Chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo
Avevano la possibilità di metterci fabbriche labour intensive (a lavoro intensivo), poi però sul Delta del fiume delle Perle, lo Xi Jang, sono arrivate le corporate tax, le restrizioni imposte dalle leggi ambientali e le rivendicazioni salariali dei lavoratori, i prezzi globali delle materie prime in crescita. Lo Yuan si è lentamente rivalutato sul dollaro e l’inflazione ha ripreso a correre.
Se mettete insiemi tutti questi fattori i cinesi non sono più competitivi ed il loro dumping sociale non può più avere i suoi effetti devastanti dai noi. Ben 200 imprese cinesi hanno chiuso e migliaia sono sull’orlo del fallimento, visto che per anni hanno lavorato sulla quantità accontentandosi di profitti ridicoli sul singolo pezzo.
Il governo cinese ha provato a farle resistere con i cosiddetti rimborsi Iva che partiranno a metà luglio 2008, ma per le imprese orientate all’esportazione, export oriented, non è facile. Ecco dunque la seconda delocalizzazione: in Cambogia o Vietnam o peggio ancora in India. Secondo le stime della Federazione Aziende Industriali di Hong Kong entro i prossimi 3 anni sarà una fuga di massa di cui noi europei ci dovremo preoccupare.
La Cina manufatturiera è l’industria del mondo: non dimentichiamo poi l’effetto domino sull’indotto. Per 10.000 imprese che chiudono possono soffrirne 200.000. Conviene dunque ancora investire in Cina ? Rende davvero la fabbrica del mondo?
C’è chi afferma che questa non è una fuga, piuttosto una selezione naturale. All’inizio praticamente tutti sono andati ad investire nel Guangdong, oggi solo alcuni possono rimanerci. Bisogna esser possibilisti, anche perchè sul terreno cinese rimangono strutture, capannoni, strade, università e professionalità formate e ben attive. La fonte, manco a dirlo è un articolo cartaceo a pagina 13 del Sole24ore del 10 giugno 2008. Godete cari industriali.
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