Gli islandesi hanno un eccessivo appetito per il rischio. Amano prendere rischi eccessivi. Nel 1973 quando un’eruzione vulcanica stava per rovinare su una cittadina dell’isola di Heimaey azzardarono il salvataggio sparando l’acqua gelata del mare sulle colate di lava.

Barca a pesca!

Incredibilmente gli islandesi vinsero la loro scommessa! Nessuno aveva mai fermato un’eruzione vulcanica prima d’allora e nessuno è più riuscito a farlo.

Questo è lo spirito, appassionato e senza paura, degli islandesi che oggi come allora andavano a pescare. La pesca era l’attività economica principale dell’Islanda, poi hanno scoperto le investment banks.

I pescatori, in altre parole, sono stati per molti versi simili alle banche d’investimento americane. Il loro rapporto intenso col mare li ha portati a sovrastimare le riserve ittiche intorno all’isola, depauperandone il patrimonio marino e impoverendo direttamente loro stessi. Per capire il paragone, date un’occhiata ad un classico dell’economia “The Economic Theory of a common property resource: the fishery” di Scott Gordon.

La sola limitazione alle quantità di pesce pescato non risolve il problema in quanto comporta l’innalzamento della concorrenza per la pesca e diminuendo i profitti. L’obiettivo non è far spendere un extra ai pescatori per dotarsi di nuove reti o di imbarcazioni più grandi: il fine è prendere il maggior numero di pesci col minimo sforzo. Per ottenerlo, c’è bisogno dell’ intervento governativo.

L’operato del governo salva la pesca islandese, ma non le sue banche. Potremmo fare uno scambio: potremmo trasmettere le nostre conoscenze sul sistema normativo del comparto bancario e gl’islandesi potrebbero insegnarci a controllare i vulcani.

VIA | Freakonomics