Le dimensioni mastondontiche delle banche americane complicano i processi di salvataggio e fusione a spese del contribuente d’oltreoceano. Bisogna limitare ex lege salvando il salvabile e diversificando?

Il risparmio americano

In occasione del “fixing finance” – convegno all’ABI cui mi sarebbe piaciuto partecipare se non fosse per il prezzo proibitivo per gli studenti – il premio nobel 2001 per l’economia Stiglitz tratta temi caldi della congiuntura economica attuale.

Cito testualmente l’articolo:

« Il sistema bancario del futuro dovrà basarsi su una maggiore diversificazione. Sarà necessario disporre di istituti più specializzati e di società di venture capital; ci saranno certamente banche di minori dimensioni in grado di finanziare meglio le piccole e medie imprese. E ci saranno, certo, anche le grandi banche. Ma è essenziale che non siano così grandi come quelle che sono state protagoniste della crisi attuale: banche di dimensioni tali che non ci si può permettere che falliscano, perchè altrimenti trascinano con sè l’intero sistema economico »

Dove sta il problema di fondo? Secondo il premio nobel ridurre le dimensioni titaniche degli intermediari yankee risolverebbe la questione. In teoria non sbaglia: diminuendo la struttura media dei pezzi il sistema diventa più flessibile agli urti congiunturali – le crisi finanziarie – al tempo stesso, a parità di governance la mortalità delle aziende medio/piccole consente il controllo dei rischi sistemici.

In situazioni di stress un sistema di aiuti statali (il Deposit Insurance Fund, giusto per fare un nome a caso) può intervenire a tamponare l’eventuale falla di un default bancario senza aggravare le tasche di Mr. & Mrs Smith (il contribuente americano). La diversificazione dimensionale comporta alcuni svantaggi.

Perchè l’idea del nobel sulle asimmetrie informative Stiglitz non è indolore nelle condizioni attuali? Supponiamo l’istantaneo spin-off di tutte le attività dei maggiori gruppi bancari-assicurativi a stelle e strisce. Occorre ipotizzare almeno due scenari-limite:

  • Scenario uno: dal gigante ai pochi pesi medi.
    Le attività d’intermediazione di un grosso istituto spacchettate su 5-6 gruppetti specializzati di dimensioni ridotte.
    Non tutti i gruppetti sono quotati sul listino (quindi meno scossoni in borsa al primo rumors negativo) ed il mercato del controllo societario è poco efficiente.
  • Scenario due: intermediari grandi quanto un atomo
    Una costellazione di banche e intermediari si specializzano su poche attività con volumi modesti. Solo qualcuno è sul listino ed il mercato del controllo è inefficace. La governance senza obbligo d’informativa perde il ruolo principale.

In nome della diversificazione dimensionale e della tutela delle tasse dei consumatori, Stiglitz aumenta direttamente tutti i costi di transazione: i costi bancari sono sempre pagati dalla collettivita’ che si rivolge agli intermediari. I costi dei servizi standardizzati possono rimanere su livelli concorrenziali, ma non potendo far leva sui volumi intermediati, schizzerebbero in cielo i costi per i servizi più complessi generalmente legati alla concessione di credito.
Conclusione n. 1: aumento del costo di accesso al credito.
In alternativa, minori spese per pratiche istruttorie complesse comportano una diversa (o peggiore) identificazione dei rischi connessi nelle operazioni, aumentando i rischi insiti nel sistema.

Un sistema di banche medie (poche grandi smagrite e tante realtà regionali o locali) aumenta la specializzazione di ognuna e la concorrenza nei servizi/prodotti, incentiva la creazione di “reti” e collaborazioni – mentre distrugge la competitività estera del settore. Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e via dicendo sono stati per decenni i grossi player internazionali. La crisi finanziaria non è nata in America – è un affaire globale che ha interessato settori della finanza più o meno a rischio.
Conclusione n. 2: comprometterebbe la competitività e la scalabilità degli istituti cardine del sistema finanziario mondiale.

Alla Casa Bianca dovrebbero tirar fuori una politica protezionistica antistorica sul settore che fa da volano all’intero sistema economico. Impensabile anche perché il risiko delle fusioni bancarie europee potrebbe ripartire andando a caccia dei migliori intermediari Usa. Corollario alla conclusione n.2: eliminato un rischio all’interno del paese per averlo alla porta.

Il problema del mercato del controllo degli intermediari ante ipotesi di nazionalizzazione era limitato a pochi elementi di cui si poteva conoscere la governance e procedere alla modifica strutturale delle leggi senza sradicare l’intero sistema. Per ridurre le dimensioni degli intermediari, la rivoluzione del sistema di corporate governance passa in primo piano. Conclusione n.3: la rivoluzione della governance è indispensabile in tempi brevissimi – situazione irrealizzabile.

Supponendo di esser riusciti a ridurre le dimensioni, mantenere i vincoli di stabilità e redditività delle aziende bancarie e parabancarie – come si può evitare di dare i soldi del contribuente alle banche decotte? Meglio lasciar lavorare una banca sana da sola che farle assorbire una banca sull’orlo del fallimento con i soldi del contribuente. Un esempio concreto per capirci: Unicredit post fusione con Capitalia ha dato il via ad un piano di ristrutturazione aziendale mostruoso che non mina la sua operatività corrente – ma la aggrava di costi, inefficienze e ritardi che gravano sul ritorno economico dei suoi finanziatori privati. Immaginate la stessa situazione per le banche americane finanziate dal denaro pubblico. A rimetterci sarà lo Stato che ha speso per salvarle.

Chiudiamo con una riflessione sulla necessità di leggi per i titoli tossici.

  • Non tutti i derivati sono tossici
  • Non tutti fanno male ai bilanci

Legiferare eccessivamente sui derivati, strumenti finanziari nati con finalità di copertura dalle variazioni dei tassi d’interesse, significa paralizzare uno dei mercati d’approvvigionamento delle materie prime per le aziende di credito. E’ pur vero che le perdite potenziali stimate per la crisi finanziaria (4.1 miliardi di miliardi di dollari) si son rivelate ben al di sotto delle realtà anche per colpa degli asset tossici ma l’unico modo per salvare una banca è farle intermediare su settori stabili e in crescita.

Stiglitz indica due vie condivisibili per la ricostruzione: l’Europa dell’Est, dove la domanda in forte crescita ha subito colpi d’arresto pur rimanendo sede di innumerevoli asset delle banche e i mutui americani. Il problema è solo nei modi e nei tempi. Sforbiciare le dimensioni delle banche non è la soluzione, controllare seriamente la governance può essere una strada. O dobbiamo comprare anche noi un jet privato come volevano fare gli ad di Citigroup?

VIA | Sole24ore e documenti ABI


Per maggiori informazioni consultare la teoria sulle asimmetrie informative, la biografia di Joseph Stiglitz, l’articolo di Luigi Spaventa sull’ipotesi delle bad banks, la teoria sui costi di transazione.