L'unica cosa che vale la pena fare, oggi, è l'essere moderni
Siamo in una crisi finanziaria complessa, diversa da quella del 1929 e ricca di eventi “catastrofici” che riguardano a macchia di leopardo il mondo intero. Luigi Zingales, noto ed autorevole economista oggi ha scritto un articolo sul Sole24ore dai contorni meritevoli di un post complesso.

Concordo con molti punti: il salvataggio di Fennie Mae e Freddie Mac, le due semistatali oligopoliste alla Cournot dell’intero mercato mutui a stelle e strisce stato un chiaro segnale (di convenienza per il proprio bilancio ndr) all’economia americana. Il governo interviene. Lehman Brothers invece è stato lasciato affondare da solo non perchè non appartenesse ma per limitare l’idea malsana* che una cura locale sul colosso mondiale potesse continuare a far sopravvivere tutti. Non solo.
L’uso della leva finanziaria in modo troppo pesante ha scatenato la debt deflation*. ok è vero, ma perchè è tutto andato in perdita? Perchè i subprime l’anno scorso e gli altri fallimenti a catena quest’anno? C’è troppo rischio per il patrimonio stimato e soprattutto troppi strumenti di raccolta (e impieghi) straordinari vengono usati come sistemi ordinari.
E qui Zingales tira fuori l’idea: visto che il principio del mark-to-market non funziona, facciamo un’eccezione e leviamolo. E qui mi viene da pensare, perchè? Non cambia mica la situazione? Anzi, peggiora, visto che le perdite aumentano dal momento che valutando al costo storico (o a quello ammortizzato) e non più ad un fair value voluto al mark-to-market ci si trova in mano con dei pezzi di carta straccia?
Facciamo un esempio pratico: l’azienda bancaria eroga prestiti in mezzo mondo e prende le dovute garanzie. Quei prestiti vanno ovviamente seguiti e monitorati dall’azienda con la continuità e la disponibilità di maggiori informazioni di cui dispone. I mercati finanziari nel valutare il futuro di quell’azienda usano la stessa quotidiana e puntuale perizia, ma sulla base delle informazioni disponibili. Se però l’attività (il prestito di cui sopra) dopo la crisi viene ancora valutata al valore contrattuale con cui era stato emesso tempo fa, il principio di trasparenza e correttezza verso stakeholder, shareholder e claimholder svanisce.
Se poi si rinunciasse a questo sano principio in base ad una deroga concessa a livello di sistema, avremmo il cataclisma: tutti in mano avrebbero carta straccia (cioè titoli non espressivi del valore intrinseco) a livello di sistema. Quindi da una bolla ed una cancrena locale si passerebbe ad uno sfacelo di tutto il sistema.
Con l’occasione ricordo che il problema del contagio non è dovuto all’apertura internazionale degli scambi, quanto piuttosto alla volontà degli intermediari di esporsi: già tempo fa si era capito che la solvibilità di alcuni istituti europei dipendeva in parte anche dall’affidabilità di un artigiano americano (vedi il problema dei subprime). Quindi se evitiamo le scottature di tante bollenti di chi le detiene in portafoglio, sarebbe di buon auspicio per la stabilità e la riprese se evitiassimo ancor di più l’evenienza di avere bilanci al limite del “trucco”.
Concludo affermando la necessità di ulteriori delucidazioni in materia, ma Luigi Zingales taglia corto e lascia il lettore a dire “mah…”. Ad ogni modo quest’uomo o l’ha spiegata male o non la racconta come mi piace sentirla.
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* per le sorti dell’economia e le tasche dei contribuenti stars and stripes.
** la debt deflation è una situazione in cui le garanzie utilizzate per assicurare un prestito (o una qualsiasi altra forma di debito) perdono di valore. Questo ovviamente + molto pericoloso per chi ha concesso prestiti, in quanto si ritrova con la carta straccia in mano (e dovrà quindi ristrutturare il debito). Questa situazione è meglio conosciuta come “collateral deflation” (collateral=garanzia).
In queste pagine riporto tramite dei brevi articoli, detti post, alcune brevi impressioni, idee, opninioni, trovate geniali (o meno) e qualunque altra cosa m'interessa conoscere e farvi conoscere.
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